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Il castello sul picco - seconda parte

La prima parte del racconto la trovate qua .  Era da poco passata l’alba quando la jeep dei carabinieri si fermò sullo spiazzo sotto il castello, dall’auto scesero il brigadiere Davide Favre e l’appuntato Emmanuel Brunod. Durante la notte erano arrivate alcune chiamate alla stazione dei carabinieri di Brusson che denunciavano forti rumori, urla e strane luci provenire dal castello. Davide aveva pensato che si trattasse di una festa o un rave organizzato da qualche ragazzo e avrebbe preferito lasciar perdere, ma le telefonate erano diventate insistenti e alla fine era stato costretto a recarsi sul posto. Nello spiazzo era parcheggiata un’auto con la targa di Milano. “Ecco” sbottò Davide “Questi stronzi sono venuti fin da Milano a rompere i coglioni, vedrai che avranno fatto una qualche festa del cazzo e li troveremo ancora sbronzi nel castello, per colpa di ’sti coglioni avrò dormito si e no tre ore”. La mattina era splendida e, nonostante l’ora, il sole scaldava l’aria. I carabinie...

Il castello sul picco - prima parte

  “Avete preso la mia casa con la forza e ora sarete costretti a dimorarvi per l’eternità.”.  Dopo queste parole  lasciò il castello e nessuno la vide più.  A.D. 1456   Le luci dell’auto illuminarono il vuoto, Simone bestemmiò pesantemente e rallentò per affrontare il ripido tornante. Il castello si ergeva sul picco del monte, dal paese sottostante si vedeva la torre che spuntava dalle ampie mura che seguivano la forma irregolare del terreno. Costruito nell’XI secolo dominava la valle sottostante, a metà del 1400 il castello fu ristrutturato e fortificato e divenne la roccaforte usata dalla contessa di Challant prima che venisse sconfitta nella lotta per la successione. Della costruzione originaria erano rimaste le mura, il mastio e una cappella. La strada per raggiungerlo partiva dal paese di Arcesaz, nei pressi di Brusson, era stretta e piena di tornanti che davano sul vuoto e nel buio della notte sembrava di volare sopra il bosco.  “Che strada di merda!”...

Il parco dei dinosauri

 I thought I'd get older and it'd go away But it only gets worse and 'causes more pain And being alone is getting so hard I just gotta tell you Goddammit, I'm falling apart I'm down on my knees in the dark Feeling for whatever's left But the pieces have fallen too far (Off With Their Heads – Clear the Air) Entra nel parco quando è già tardi, sa che a breve chiuderà, ma ha comunque voglia di fare due passi. Lo ha ritrovato quasi per caso durante uno dei suoi abituali vagabondaggi solitari per la città, da bambino era il suo parco preferito, l’attrattiva principale erano due enormi scivoli a forma di dinosauro che erano diventati il suo passatempo preferito, passava ore e ore su quegli scivoli. Da quando lo ha riscoperto è diventata la sua meta nei momenti in cui si sente triste, passeggiare lungo quei viali alberati mentre ripensa alla sua infanzia lo rilassa. Questa sera autunnale è uno di quei momenti, si è fermato per una birra al suo pub preferito e come sua ...

Battesimo

 La levatrice levò lo sguarda verso la donna sorridendo. “Complimenti, è un maschietto” disse porgendole il neonato che aveva subito avvolto in una coperta. Era la notte del 24 dicembre del 1890, mancava poco alla mezzanotte e nonostante il fuoco ardesse vivace nel camino, l’aria nella baita, situata in un piccolo villaggio di pastori a 1.800 metri, era gelida. La levatrice era arrivata al mattino presto quando già una coltre di neve copriva il monte, il sentiero che dal paese nel fondovalle portava in circa un’ora di cammino al villaggio era tenuto pulito dai guardia boschi, ma durante il giorno e la sera la neve era caduta abbondantemente e senza interruzioni rendendo impossibile liberare il cammino e isolando il villaggio. Di notte la temperatura scendeva di molto sotto lo zero e il freddo e il ghiaccio diventavano i padroni dei monti, vivere lì era difficile e per un neonato i primi giorni di vita erano i più pericolosi. Anna, questo il nome della madre, lo sapeva bene. Aveva g...

La cascina

Il parco agricolo del Ticinello sorge nella periferia sud di Milano - poco dopo piazza Abbiategrasso - e si estende per chilometri, con alberi, campi coltivati, rogge e una cascina. Di notte è completamente buio e nella stagione autunnale una fitta coltre di nebbia lo ricopre rendendo il paesaggio spettrale e irriconoscibile.  È qui che mi trovo in questa fredda notte di novembre, mentre mi chiedo perché ci sono venuto. Come mi è capitato spesso nelle ultime settimane non riuscivo a dormire così, al posto di continuare a rigirarmi inutilmente nel letto, ho deciso di uscire a fare quattro passi. Camminando perso nei miei pensieri mi sono ritrovato all’ingresso del Ticinello e, senza nemmeno farci caso, mi ci sono inoltrato. Con la sola luce di una pallida luna a rischiarare il sentiero mi sono immediatamente perso e così ora mi ritrovo nel mezzo di questo enorme parco senza più sapere dove andare per poter tornare a casa. La nebbia copre l’orizzonte impedendomi di vedere attorno per...

Come ogni giorno

La sveglia del cellulare suona alle sette in punto. Come ogni giorno. Dario si rigira nel letto e tocca il pulsante per posticipare la sveglia, così per tre volte. Come ogni giorno. Alla fine si alza, va in bagno, si lava, si veste, raccoglie la borsa dell’ufficio ed esce, non ha tempo per fare colazione. Come ogni giorno. Si dirige verso la metropolitana, che dista una decina di minuti a piedi da casa sua, guarda le notifiche sul cellulare, i messaggi di whatsapp, facebook e le principali notizie. Come ogni giorno. Entra in metropolitana, sale sull’ultimo vagone, quello più vuoto, e si siede sull’ultimo sedile. Mette gli auricolari del lettore mp3 e ascolta musica doom lenta e pesante con cui si isola da tutto preparandosi ad affrontare la giornata. Come ogni giorno. Arriva in ufficio, saluta rapidamente i colleghi e accende il pc, quindi scende al bar sottostante a prendere un caffè. Il momento migliore della giornata. Come ogni giorno. Ritorna in ufficio e si mette al lavoro. Client...

Voci

Questo racconto è il seguito di Ovatta Il sovrintendente della guardia forestale Sergio Renod passò il foglio con la deposizione a Giulio che lo firmò senza neanche guardarlo. Il ragazzo aveva un aspetto stravolto, gli occhi rossi e gonfi dal pianto, i capelli spettinati e sembrava che non dormisse da giorni, cosa comprensibile dopo quello che gli era successo. Qualche giorno prima Giulio si era recato con la sua ragazza Monica in uno dei rifugi della Valle, avevano dormito lì e la mattina successiva erano partiti per una camminata che li avrebbe portati in cima a un monte vicino. La giornata era limpida e tutto sembrava andare per il meglio, ma a pochi metri dalla vetta il cielo si era improvvisamente oscurato a causa di nuvole nere che avevano tolto ogni visibilità.  Quando, pochi minuti dopo, le nubi si erano diradate Monica era sparita. La cima era un piccolo spazio sormontato da un’enorme croce in ferro, l’unico lato da cui si poteva raggiungere la vetta percorrendo un ripido ...